Miyajima

Miyajima

mercoledì 15 ottobre 2014

Flake Music


Sono davvero felice, incredibile. 

Continuo a prendere sul serio le cose eppure, nonostante ciò, ho davanti a me ogni volta un nuovo disegno.

Perché sono così soggetto agli umori che la musica che ascolto mi genera?

Sono sempre stato convinto che quello  che conta, per vivere davvero bene,  possa essere riassunto in un quieto mantra come: “Vivi e lascia vivere”.

Ah ah ah, davvero divertente. Non c’è niente di meno vero pur essendo, lo riconosco, un bel motto da rivendersi con gli altri. Una di quelle cose da sputare fuori mentre lo sguardo non riesce ad alzarsi dalle tette di chi si ha davanti.

Non è così. Non lo è per me e non lo è per nessuno.

Quello che conta è rompere le palle al prossimo sforzandosi magari di andare contro se stessi. Questa è la vera regola.

Perché un breve passaggio di chitarra, una di quelle con il “treble” alto mi fa ancora venire la pelle d’oca?

Leggo sui giornali, svogliato, storie insensate e una costante ricerca di accumunare un popolo. Magari ricordando gli spot pubblicitari degli anni ’80.
Ah ah ah, di quei discorsi in cui ci si ricorda l’albero di natale, con le candele, il coro…

I gruppi che suonano indie rock sanno di essere indie rock?



Quante cazzate lontano dagli sguardi di chi non riesce a guardarci negli occhi. 

Ho la soluzione però, scendo giù in piazza,  mi fermo al primo tavolino del bar davanti la tabaccheria e rovisto qua e la tra chi insieme a me fa da Sfondo a tutto il resto. Vedo giovani bambini rincorrere altri loro coetanei sotto gli occhi stanchi dei loro genitori. Una ragazza sulla quindicina si avvicina al nonno, fermo davanti la sua edicola, e chiede informazioni su non so bene cosa.  Il cameriere si avvicina e mi serve il mio caffè.

Ho sempre invidiato quelle persone che continuano a suonare in gruppi underground pur  non avendo l’età anagrafica per poterlo fare. 
Quelli che suonano il loro basso come fosse ogni volta la prima volta. 
Quelli che terminano la loro esibizione imprecando gratuitamente.

Il fatto è che penso sempre a te.

Guardo le persone intorno correre via verso la prima stazione possibile, così come le signore anziane ritornare dalla messa del Sabato sera. Ricerco in ognuna di loro un ritratto di quello che potresti diventare.

Mi chiedo quanto tempo mi separi da tutto ciò.

Mi chiedo dell’oblio.

Voglio essere dentro ad ogni nota della mia Vita, dentro ogni pausa. 

Pronto ad ascoltare ogni distorsione che la realtà mi proporrà.



martedì 5 agosto 2014

Istantanea

Continua il mio cuore a battere. 
E’ l’unica cosa che riesco ancora a sentire.

Prolungo le mura di questa città che raccontano ancora delle nostre gesta, dei miei passi lenti, dei tuoi sguardi. 
Delle mie vittorie dietro una performance da buffone dell’ultimo istante, delle urla a un inglese ubriaco, delle nostre risa.
Della luce riflessa dalle fronde dei platani nei tuoi occhi. 

Non ho imparato

Ho compreso molto, forse, di quanto accaduto. Nonostante ciò non riesco ad essere un'altra persona, non riesco a dimenticare quello che sono stato assieme a quello che ho amato. Mi sembra strano poter pensare di essere solo. Mi sembra strano anche il pensare di rimanere qui. Lontani.

Non ho imparato nulla

Ripeto il mio mantra in questa giornata di Agosto, perso sotto un sole che sembra aver perso fiducia in se stesso. Anche lui. Intorno una città che non sa più nemmeno essere deserta. Pazzesco, mi viene quasi da ridere. Fino a  ieri a lamentarsi di quanto potesse essere desolante rimanere da soli in città ed oggi invece sentirsi costretto a convivere con tutte queste persone. Un fiume in piena di uomini e donne intente a calcare le mie strade. Si le mie strade.

Non ho ancora imparato nulla



Continuo a tenere abbottonate le asole della mia camicia, fino all’ultima. La mia cravatta, le mie scarpe eleganti, pulite, assieme a questo mio sorriso sottile, fanno da cornice ad un uomo che qualche sprovveduto potrebbe pensare “sicuro di se”. Cammino e lentamente mi avvicino al negozio dove lavoravi, dove anch’io mi sentivo di casa. Ora un drugstore ha preso il suo posto. Dentro cinque uomini di paesi lontani sorridono davanti i loro cellulari. Scorro attentamente il bordo dell’entrata e riconosco ancora le macchie sul muro. Quelle che ero solito fissare mentre ti aspettavo o mentre fingevo di non fissarti.

Non ho ancora imparato nulla da te

Ho sempre pensato che l’Estate non sia assolutamente democratica. Come se poi la democrazia possa avere o essere un valore. Una stagione che tende a polarizzare il bene e il male, la compagnia o la solitudine. Bella certo per chi può viverla, pessima per chi costretto a guardarla da dentro l’automobile. Parcheggiata. 
Un’estate questa in cui sono sempre più lontano da quelle che credevo essere le mie certezze. 
Un’estate lontana dai sogni ma molto vicina alla realtà.
Una realtà che mi divide, definitivamente, da te.



“Scusi, Signore? Può farci una foto?”

“Come?”

“Può fare una foto a me e mio marito?”

“Certo… dove preferite?”

“Te l’avevo detto Laura di fare da soli, che diavolo però.”

“Non ti preoccupare…Va benissimo qui Signore, in questa direzione. Ecco, se riesce  verso il tramonto.”

“Perdonatemi ma forse è meglio dall’altra parte, verso il centro della Città.”

“Non si preoccupi, la conosciamo già. Ci riprenda con il tramonto alle spalle. Grazie infinite.”

Il rumore simulato di uno scatto fotografico rompe il silenzio del momento.

Rimango fermo mentre la coppia, salutandomi, si allontana abbracciata.

Non ho ancora imparato nulla. Davvero.

sabato 26 luglio 2014

Prospettive

Sono Laura Pellegrini, fondatrice e presidente della Pellegrini S.r.l., una società che offre servizi e consulenza a professionisti di diverso genere. 

Così mi presento in occasioni come quella di oggi. Un convegno che durerà fino a domani.

Lavoro in un contesto prettamente maschile e questo mi ha logorato per molto tempo.

Ho sempre pensato di dover andare avanti a testa alta, con gentilezza e determinazione, fregandomene delle accuse misogine che mi vengono rivolte. Per affermarmi, spesso devo combattere di più dei miei colleghi uomini e ogni mio errore è sempre foriero del pregiudizio sessuale.

Lo ammetto, a volte divento presuntuosa o pretenziosa perché voglio dimostrare di essere all’altezza. Poi mi pento e mi trovo sola con i miei silenzi.

Sono una che ce l’ha fatta, ma che ogni giorno deve affrontare una sfida con il mondo, per il solo fatto di essere donna.

Partecipo spesso a gare di appalti. Le prime volte è stato un incubo. Cercavo di presentarmi vestita per bene, per fare bella figura, magari con un tailleur.

“Hai visto com’è vestita? Pensa di vincere facendo vedere il culo!"

Sentivo i commenti. Morivo dentro. Ho cambiato tattica, pantalone lungo e largo.

“Sembra un uomo! Poveraccio chi se l’è presa!”

Sbagliata e fuori luogo. Sempre e per molto tempo. Poi ho capito che potevo ritagliare il mio spazio, trovare persone che mi apprezzassero infischiandomene dei commenti che avrei ricevuto per tutta la mia vita. È stata dura. Non è facile comportarsi con lucidità, quando anche qualche tuo dipendente pensa che sei un’incapace a prescindere. Qualcuno ha addirittura insinuato che sono al mio posto perché mi ci ha messo un uomo a cui mi sono concessa.

Ridicolo, già. Ma le notti insonni le ricordo bene. Come le crisi di nervi e le volte che ero sul punto di mollare tutto. Pianti ed umiliazioni.





Ora sono seduta all’aria aperta, in un minuscolo balcone di un albergo di provincia. Sono sola dopo un sabato trascorso al convegno di Federimp, un’associazione di imprese a cui ho aderito come presidente della mia società.

Ci sono poche opache stelle a farmi compagnia, a cullare i miei pensieri in attesa che il sonno arrivi a sfocare i ricordi di questa giornata.

Il primo intervento del pomeriggio è stato di un baldanzoso ragazzo con diversi anni meno di me. Non ricordo il nome, ma non ha fatto altro che vantarsi. Durante la cena l’ho sentito più volte definirsi “Spada”, circondato da qualche donna abbagliata dal suo modo di fare da esibizionista. Il denaro attrae sempre, accompagnato poi da una parlantina sciolta ed un Rolex al polso.

“Non vi dico neanche la fatica che faccio a gestire il mio team. Cinquanta persone che si rivolgono a me per ogni cosa, pure per allacciarsi le scarpe. Ma io ci sono sempre, per tutti. Sono un po’ il loro punto di riferimento. Ci sono pure cinquantenni che ancora non hanno capito come fare il lavoro. È lì che interviene Spada. Tesoro, hai un sorriso che toglie il fiato.”

Come al solito, sono rimasta appena defilata dal centro dell’attenzione. Ho scelto un tavolo con un paio di persone che conoscevo. Gli altri non li avevo mai visti. Abbiamo parlato del più e del meno, ma a prendere il sopravvento è stato l’avvocato. Un certo Giorgi.

Prima mi ha dato un suo biglietto da visita, quasi chiedendomi scusa. Poi mi ha raccontato una storiella appresa da qualcuno sul suo studio.

Alla fine è diventato un fiume in piena. Ha parlato un’ora su come la vita non gli appartiene più, di come la società stia andando in rovina, di come l’essere umano sia depauperato del proprio intimo significato.

“Sono stanco, mi capite? Vorrei cominciare ad essere me stesso, senza indossare maschere.” 

Gli antipodi. Un ragazzo esaltato ed un uomo di mezza età in cerca di se stesso. Eppure, sono entrambi prigionieri del loro stereotipo, della loro maschera. Forse ognuno di noi ne ha una.

Per fortuna, una non la vesto più da tempo.

Sento il telefono vibrare sul tavolino di vetro

È quasi mezzanotte.

Sblocco il telefono e chi mi ama  mi augura buonanotte.

Ho la mia vita.

Questo è quello che conta. Davvero.